mercoledì 11 aprile 2007

Memorie di un'escursione in montagna

“Quel ramo del Lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi…". Quello stesso ramo che mi ha ospitato ieri, quello che ispirò Manzoni, insomma la meta della mia colorata gita per Pasquettina. Il mio racconto non sarà una serie di cronologici eventi, quanto una serie disordinata di emozioni e suggestioni…
Verde, come i ramarri che non avevo mai visto, e che non sono insetti! E che ho rischiato di dovermi mangiare se non mi fossi deciso a portare i panini.
Comode, nonostante tutto, le mie scarpette leggere leggere, portate nella convinzione che ci aspettasse solo una tranquilla e serena passeggiata, quando invece il sentiero è presto stato sostituito da un’angusta passatoia rocciosa, talvolta interrotta da scivolosi strati ghiaiosi.
Croccante, come il pane squisito della panetteria più famosa della zona; e come avvolgeva quel prosciutto in quei panini, crudo uno, cotto l’altro, deliziosi.
Immensa, la fame che ho provavo tra una fatica e l’altra, accentuata da quell’aria così salutare, persino le due brioche di emergenza non sono avanzate!
Profumata e fresca, l’aria di montagna di una primavera che timida ma orgogliosa si faceva sentire, timida perché intorno a noi regnava poco verde, ma tante piante gremite di boccioli, orgogliosa perché scaldava tutto intorno a noi, ricreando una temperatura da sogno.
Puzzolente ma tenera, la capra che abbiamo incontrato sulla più alta vetta raggiunta, dopo la seconda spedizione che a partire dal rifugio a 1400 metri di quota, ci ha portato a 1700 metri.
Schifose, le leccate della capra sulle mie mani, sui nostri zaini e qualsiasi cosa trovasse, non sono schizzinoso per carità, ma dover mangiare il panino con quelle mani…proprio non mi entusiasmava!
Calde come esseri viventi, quelle rocce possenti che, scaldate dal sole, ci hanno accompagnato per tutta la nostra scalata, perché mentre salivamo le pendenze di facevano sempre più vertiginose, il sentiero scosceso; le mani dovevano fare la loro parte, unico modo per assicurarci alle pareti rocciose, in un amichevole scambio di sensazioni, perchè erano vive! E toccarle, afferrarle, era una sensazione nuova e tenerissima.
Inquietanti, le catene ancorate ai passaggi rocciosi più complicati, per rendere vagamente più sicuro il passaggio…” tranquilla e serena passeggiata” mah...
Romanticissimi, i paesaggi che ci sono stati offerti, peccato solo per una sottile foschia che rendeva nebbiose le cime più distanti, ma la vista da quella vetta più alta dei due laghi, quello di Como sulla sinistra, quello di Lugano sulla destra, incantevole.
Sublime, la passeggiata in cima al pendio, stretta stradina tra i due versanti della montagna, quello soleggiato, che dava sul lago, e soprattutto quello ombroso rivolto a nord, cosparso dell’ultima neve.
Avventurosa e appassionante, come in un film di Indiana Jones, la discesa, attraverso una strada non segnalata che probabilmente, ci siamo inventati, tra rocce sempre più spigolose e scivolose, per la neve stavolta: e qui, le scarpette leggere se la son cavata meno bene…
Divertente, la guerra di palle di neve, ma anche la mia rinfrescante quasi caduta sulla neve.
Sconfortante, il rumore, anzi…l’assenza di rumore quando abbiamo tentato di accendere la macchina per tornare a casa.
Promossi, gli otto futuri ingegneri che nonostante qualche incertezza sono riusciti a rintracciare i cavi della batteria e a far partire la macchina, per poter finalmente tornare alle loro case, riempiti di qualcosa di nuovo, svuotati delle loro energie.
Rosso, come il mio collo bruciato dal sole ahi ahi e un po’ tutto il resto.

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